DISINFORMAZIONE La foto del bambino che piange rinchiuso nelle gabbie di Trump

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In questi giorni si è parlato molto del caso dei bambini separati dalle loro famiglie nel confine tra Stati Uniti e Messico. Non è propriamente una novità, se ne parla in un articolo del 30 maggio 2018 sul sito dell’Unicef dal titolo “Stati Uniti: stop alle separazioni delle famiglie alla frontiera con il Messico” con relativi aggiornamenti:

L’UNICEF chiede al governo degli Stati Uniti di rivedere urgentemente le sue strategie per la protezione dei minorenni al confine con il Messico: i bambini che arrivano qui alla ricerca di protezione e in fuga da violenza e povertà – si legge in un comunicato stampa diffuso oggi – non devono essere puniti per questo.

Dall’ottobre scorso circa 700 minori, fra cui 100 bambini sotto i 4 anni, sono stati separati dai propri genitori alla frontiera sud-occidentale, secondo quanto rivela l’Ufficio per i rifugiati del Dipartimento per la salute e i servizi umani degli Stati Uniti.

[Aggiornamento del 15 giugno 2018: secondo quanto reso noto dal suddetto Ufficio, dal 19 aprile al 31 maggio 2018 sono stati 1.995 i minorenni separati da 1.940 genitori. In un caso, un bambino di appena 4 mesi è stato separato dalla mamma che lo stava allattando.]

Ad accendere maggiormente l’attenzione sul fenomeno è la recente denuncia per come vengono trattati i piccoli tra i 4 e i 10 anni: tenuti all’interno di gabbie, tra pianti e disperazione, in attesa del verdetto sui genitori.

L’indignazione ha permesso la diffusione, anche in Italia, di una fotografia dove vediamo un bambino con la maglietta azzurra che piange imprigionato in una gabbia molto stretta:

Bambini rinchiusi in gabbia come alla fiera delle carni da macello.
Le scene strazianti dei bambini strappati ai genitori al confine tra Stati Uniti e Messico sono incommentabili.
Trump, come Salvini, è crudele e immorale.

La foto è diventata virale grazie anche a un tweet del giornalista Jose Antonio Vargas:

This is what happens when a government believes people are “illegal.”

Kids in cages.

La foto non è stata scattata all’interno di una delle strutture del governo americano coinvolte nello scandalo, ma per scoprirne l’origine bisogna parlare prima di una protesta inscenata il 10 giugno 2018 davanti al Municipio di Dallas. Ecco le foto pubblicate dalla pagina Facebook “Brown Berets de Cemanahuac -Texas Chapter“:

Testo originale: “We demand the release of the children being held in a jail and being treated like animals. We will not go away until we have answers!

Durante la protesta un gruppo di bambini con dei cartelli in mano si trovava rinchiuso simbolicamente dentro una gabbia che corrisponde a quella della foto diffusa online. Non solo, in uno degli scatti notiamo il bambino con la maglietta azzurra mentre ci passa davanti:

Il bambino in basso a sinistra mentre corre davanti alla gabbia e alla scena di protesta

Il 19 giugno 2018 l’admin della pagina, Debra Mendoza, aveva pubblicato un lungo post Facebook per raccontare la storia della foto diventata ormai virale. Il bambino con la maglia azzurra era entrato all’interno della gabbia, ma non riuscendo a trovare l’uscita si era messo a piangere. Leroy Pena, uno dei membri del gruppo di protesta, scattò due foto per poi postarle sul suo profilo Facebook al fine di raccontare come potevano sentirsi i bambini realmente presenti nelle gabbie americane.

Ecco uno screenshot del post di Leroy Pena:

This was part of our protest yesterday, but this is actually going on right now, at this very moment, in child detention centers throughout the country. […]

Purtroppo la foto è circolata senza questa precisazione e viene usata in maniera scorretta.

Edit: aggiungo tutte le foto pubblicate nel post della pagina Facebook “Brown Berets de Cemanahuac -Texas Chapter“.

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Possiamo notare da questo video la presenza del bambino fuori e poi dentro la gabbia:

David Puente

Nato a Merida (Venezuela), vive in Italia dall'età di 7 anni. Laureato presso l'Università degli Studi di Udine, opera nel campo della comunicazione e della programmazione web.
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