Il video “Cos’è lo Spread” diffuso via Whatsapp (e non solo)

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Purtroppo si deve parlare di economia, e non è un argomento sempre facile da spiegare. Per analizzare il video e scrivere questo articolo ho chiesto a tre persone competenti (tra i quali docenti e operatori del settore) di cui potrò dire soltanto il nome: Andrea, Enrico ed Elio. Li ringrazio.

Circola da qualche giorno via Whatsapp un vecchio video nel quale Nando Ioppolo illustra le sue teorie:

Il tutto prende “forma” con questa roboante frase:

Lo spread è una cosa che se la gente lo sapesse forse, io penso che… probabilmente…. scoppierebbe la violenza nelle strade.

Il video viene condiviso anche da Imolaoggi riprendendo con un copia incolla un testo riportato su Youtube:

Ioppolo spiega che il gioco inizia dalla BCE ( Banca Centrale Europea) che presta alle banche private allo 0,75% tutti gli euro che gli richiedono per qualunque motivo glieli richiedono. Dopodiché la banca (UNICREDIT nell’ esempio del Professore), con questo 0,75 ci compra i BTP che tecnicamente dovrebbero essere allo 0,76. Perché allora al 5 %? Perché così la Banca ci può speculare. Quindi il dissanguamento generale dei cittadini italiani viene fatto per far arricchire i privati.

L’inizio non è promettente. Secondo il video, lo spread sarebbe la differenza tra il tasso con cui la BCE presta moneta alle banche e l’interesse pagato sui titoli di Stato emessi da un paese, nel suo esempio lo 0,75% e il 5% rispettivamente. Tale “definizione” risulta priva di fondamento.

Lo spread (“allargamento“, “diffusione“) in contesto finanziario indica la differenza tra il rendimento (o tasso di interesse) di un titolo di Stato e quello di riferimento. Come “tasso di riferimento” (“benchmark“) si considera di norma quello pagato da titoli, quotati nella stessa valuta e con lo stesso orizzonte temporale (“duration“), considerati più sicuri. A oggi, il “benchmarck” di riferimento è il “Bund Tedesco“.

Lo spread non è un valore costante, fissato da un’entità esterna. Si tratta di un valore di equilibrio, stabilito dalle dinamiche di mercato, che cambia di minuto in minuto a seconda delle variazioni di prezzo che i due titoli “sottostanti” assumono nel corso della seduta di Borsa.

Va qui innanzitutto chiarito un concetto che ad alcuni sfugge, in quanto considerato controintuitivo. Se il prezzo di un titolo scende, allora il suo rendimento sale. Infatti, considerando che i titoli saranno sempre rimborsati a un prezzo noto, meno l’acquirente li paga, maggiore è il suo guadagno.

Se per una qualsiasi ragione dovesse aumentare il numero di soggetti che desiderano vendere un BTP, allora per effetto del mercato il suo prezzo scenderebbe, e il suo rendimento salirebbe. Ora, fermo restando il prezzo/rendimento del Bund, questo farebbe aumentare lo spread. Dunque, se “nessuno” volesse più i BTP lo spread salirebbe e viceversa.

Lo spread è per tanto calcolabile da chiunque conosca il prezzo dei BTP e dei Bund, e non è “stabilito” da nessuno. Chiaramente, gli operatori di mercato e gli analisti finanziari sono i soggetti più interessati a monitorarne tempestivamente le oscillazioni, in modo da poter tutelare gli investimenti dei cittadini, loro clienti.

Lo spread si misura in “punti base“. 300 punti di spread tra un titolo italiano ed uno tedesco indicano che il titolo italiano paga agli investitori il 3% in più di rendimento annuo rispetto a quello tedesco. Come si spiega tale differenza? Il rendimento di un titolo, ovvero il guadagno che il compratore pretende per prestare denaro allo Stato, è la somma di più componenti ideali. Innanzitutto, il prestatore vuole essere remunerato per la “pena” che prova a non poter spendere subito il suo denaro: per poterne godere dovrà infatti aspettare la scadenza del titolo. Questa componente è il tasso di interesse reale.

In secondo luogo, la somma che vien prestata oggi, potrebbe valere di meno un domani per effetto dell’aumento dei prezzi. Tale perdita di potere d’acquisto deve essere per tanto compensata. Questa componente è il tasso di inflazione.

In terzo luogo, laddove il prestito fosse concesso in una valuta diversa, c’è il rischio che tale moneta si svaluti prima che avvenga il rimborso. Questa componente è il  premio per il rischio di cambio.

Ora, con l’UE e la moneta unica, e il tasso di interesse reale e l’inflazione possono essere supposti uguali per ogni paese, mentre il rischio di cambio è assente. Va considerato che le spinte antieuropeiste che paventano come possibile il ritorno alla LIRA (o altra valuta domestica), hanno contribuito ad allarmare i mercati circa il possibile “rischio di ridenominazione“.

Vi è tuttavia una quarta cosa da considerare. Come in ogni prestito, vi è la possibilità che il debitore non restituisca il denaro prestato. Tale ultima, fondamentale, componente è il rischio di default.

Lo spread BTP/BUND in altre parole lo determiniamo anche noi italiani con le nostre politiche di bilancio, in quanto è il termometro” del rischio di insolvenza del paese.

Non c’entra nulla il tasso Tasso Ufficiale di Riferimento (Tasso BCE), in quanto quello è il tasso a cui la Banca Centrale Europea concede prestiti alle altre banche.

Il tasso BCE costituisce un punto di orientamento del mercato finanziario perché sulla sua base viene determinato il tasso d’interesse, applicato dalle banche ai propri clienti, ed il tasso interbancario. Tasso che si applica ai prestiti fra le banche.
Anche dal punto di vista concettuale si fa confusione fra finanziamenti alle banche ed emissione di titoli di stato: lo stato deve rimborsare scadenze (400 miliardi annui circa), pagare pensioni, stipendi, ecc… ha bisogno quindi di emettere nuovi titoli di stato, perché gli serve liquidità se il flusso finanziario derivante dal getitto fiscale non è sufficiente. Quando, quindi, emette titoli in asta, lo deve fare a tassi di mercato, altrimenti si trova nell’impossibilità di onorare le obbligazioni in scadenza e fare fronte ai propri impegni, ecco quindi che lo spread è importante, in quanto nessun investitore comprerebbe mai un titolo dello stesso emittente, in fase di emissione, ad un tasso più basso (o un prezzo più alto), di quanto analogamente potrebbe negoziare sul mercato.

Per fare un esempio banale: meglio acquistare in emissione (asta) 1000 euro nominali di BTP pagandolo 1000 euro, o mi conviene comprare lo stesso BTP, con pari scadenza sul mercato pagandolo 900 euro? Ai grandi economisti laureati su internet l’ardua sentenza.

Il video continua, e la confusione di Ioppolo si fa talmente alta che risulta persino difficile capire quello che dice, ma ci proviamo. Improvvisamente lo spread diventa un’altra cosa, per magia lo spread diventa il valore del costo dei CDS (Credit Default Swap). In breve questi sono titoli che hanno una funzione assicurativa dal rischio di default di uno stato che si negoziano sul mercato, servono a coprirsi da rischi a prezzo di un esborso, perché la legge in finanza è sempre quella: meno rischi, meno rendimenti.

Ioppolo ricostruisce a modo suo il tasso di interesse di un Btp italiano che pone nell’esempio al 5% (dimenticandosi che il BTP ha anche una cedola semestraleu), ma son dettagli. Attenzione, noi sappiamo che quel 5% sarebbe costituito dal valore del tasso del titolo di riferimento (titoli tedeschi) più uno spread derivante dalla percezione della rischiosità dei titoli italiani, per esempio titoli tedeschi che pagano l’1% e spread a 400 punti (1 + 4 = 5%). Come lo spiega Ioppolo quel 5%? Per Ioppolo un 2% sarebbe costituito da un valore base preso a caso (deciso in modo autonomo dal governo forse), mentre un altro 3%, che corrisponderebbe allo spread, rappresenterebbe un premio aggiuntivo obbligatorio derivante dal fatto che chi compra titoli italiani deve comprare CDS (strumenti assicurativi).

In pratica un pacchetto completo, secondo tale assunto, chi compra Btp devi comprare gli strumenti assicurativi sul rischio di credito del sottostante, i CDS (il che è, ovviamente, una colossale stupidaggine). Come se tutto ciò non bastasse arriva il capolavoro di Ioppolo che farebbe sorridere se non fosse che purtoppo in parecchi lo stanno prendendo sul serio: nel video si fa intendere che le banche sarebbero obbligate a comprare questi CDS ad ogni acquisto di titoli italiani, ma “ovviamente” non lo fanno mai. Quindi, tutte le banche in modo sistematico evadendo questo costo si arricchirebbero illegalmente nell’indifferenza generale di tutti gli organi di controllo e vigilanza. È una ricostruzione contorta che risulta errata. Lo spread, che è quello che abbiamo definito più sopra, dipende solo dalla percezione della rischiosità dei nostri titoli da parte di tutti gli operatori finanziari, consumatori compresi, che comprando un pezzettino di debito pubblico prestano allo Stato il loro risparmio.

Gli speculatori cattivi, per tanto, siamo anche noi: ogni volta che investiamo in un fondo, che facciamo un deposito, una polizza vita, una pensione integrativa, ecc.. Siamo noi che desideriamo che i nostri risparmi siano investiti nel modo migliore possibile. Siamo noi che vogliamo rendimenti più alti se il titolo è più rischioso. Vi piacerebbe se il gestore del fondo ove avete investito i vostri risparmi vi telefonasse per dire che intende comprare titoli di un paese a rischio default che in più paga interessi molto molto bassi? Probabilmente imprechereste contro di lui?

Continuiamo con il video, dopo (non) avere spiegato cos’è lo spread, Ioppolo e l’rintervistatore spiegano a cosa serve. Abbiamo appena detto che serve a premiare chi compra titoli più rischiosi secondo una legge generale dei mercati finanziari (più rischio più rendimento), a parità di rischio, parità di rendimento. Per i due lo spread sarebbe usato per mandare messaggi politici o fare fallire paesi per depredare le ricchezze (in realtà un paese che fa default le ricchezze se le è depredate da solo spendendo a debito molto di più di quello che poteva rifondere).

Il video prosegue e tra le altre cose Ioppolo riesce anche a dare (immaginiamo per errore) anche la giusta definizione di spread. Poi si ritorna a parlare di questi CDS che Ioppolo piacciono tantissimo (sembra che inserire il termine “credit default swap” attribuisca automaticamente enorme credibilità a qualunque teoria pronunciata successivamente). A quanto pare le banche (che contravvenendo a inesistenti obblighi non li comprano quando acquistano Btp) li comprerebbero poi in un secondo tempo pur non essendo obbligate a farlo. Ma perché, quindi, li comprerebbero dopo? Per specularci, ovvio, cioè ne comprano tanti, ne fanno quindi salire il valore, per poi arricchirsi non comprandoli… Più ne comprano più possono permettersi di non comprarli… Ha senso? No ovviamente.

Ora, certamente capita che le banche italiane, con la loro liquidità, comprino o detengano anche titoli di Stato (in Italia circa 370 miliardi di euro), tuttavia non sono acquistati con i fondi BCE, che solitamente vengono concessi a determinate condizioni alle banche dell’eurosistema e devono tradursi nell’aumento delle cosiddette “operazioni di impiego” (in sostanza li devono prestare ad imprese e famiglie).

Le banche italiane non sono sovraesposte, tuttavia anche in ottica di sostegno all’economia domestica investono parte della liquidità anche in titoli di Stato. Nell’ipotesi che lo Stato faccia default, il fatto che una banca abbia il 10% nei titoli del paese in cui opera piuttosto che in un paese straniero fa poca differenza. Se un paese dichiarasse “default“, il vero shock sarebbe provocato dal restante 90% del portafoglio, investito nel settore privato (crediti a famiglie ed imprese). Quindi, per farla breve, la volatilità media del portafoglio inciderebbe sicuramente meno di uno shock sistemico.

In sostanza: la BCE presta soldi a tassi negativi alle banche con il vincolo che le banche finanzino famiglie ed imprese, e per scoraggiare il parcheggio di tali somme, in quanto sarebbe costoso, non certamente per acquistare solo BTP!

Saltiamo storpiature minori per arrivare alla geniale proposta di Ioppolo. Come uscire da questo meccanismo infernale? Semplice, obbligando i privati che prestano i soldi allo Stato italiano a farlo ad un tasso deciso dallo Stato italiano in modo arbitrario: geniale! Voi acquistereste oggi titoli venezuelani con l’1% di interesse? Probabilmente data la situazione in Venezuela, e l’elevato rischio di insolvenza del paese, vorreste un interesse di qualche migliaio di punti percentuali, ma Ioppolo (non si sa come) propone di obbligare il mercato ad acquistare titoli di Stato con l’1% di interesse.

Non siamo nell’ambito di proposte criticabili, siamo nell’ambito di teorie economico-finanziarie campate per aria.

David Puente

Nato a Merida (Venezuela), vive in Italia dall'età di 7 anni. Laureato presso l'Università degli Studi di Udine, opera nel campo della comunicazione e della programmazione web.
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