Il web come strumento di contagio e controllo

Ho deciso che dal 23 gennaio 2018 il mio blog non avrà più banner pubblicitari e sarà sostenuto dalle vostre donazioni che potete inviare qui: https://www.paypal.me/DavidPuenteit

Articolo scritto da: David Puente e Nicola Biondo

Non c’è nessun mistero, è tutto davanti ai nostri occhi e se esiste una parola giusta per descrivere il fenomeno quella è “contagio“. È come un virus.

La storia insegna (o almeno dovrebbe)

Stiamo parlando della manipolazione, ma per parlarne dobbiamo fare un passo indietro negli anni ’70. C’erano i “cattivi maestri“, coloro che manipolavano i giovani dalle loro cattedre e durante le assemblee lanciandoli verso scontri armati e il terrorismo. Oggi come allora abbiamo ancora dei “cattivi maestri” che manipolano l’informazione attraverso la Rete e le piazze virtuali, i social network, mentre i cittadini che vogliono informarsi veramente sono isolati o assediati.

Anche negli anni ’70 c’erano le cosiddette “fake news” (un termine abusato e che andrebbe rivisto) che insieme alle teorie di complotto (l’Italia come un burattino degli Stati Uniti o pronta a scivolare nell’area di influenza dell’Unione Sovietica) erano utili a non far capire e conoscere i motivi che avevano portato il Paese ad avere al proprio interno un’alta conflittualità sociale. C’era chi, allora come oggi, invocava un repulisti della classe politica o soffiava sul fuoco con precise parole d’ordine paragonabili agli odierni “hashtag“.

Negli ultimi 16 mesi non si è parlato d’altro che di russi e di ingerenze straniere, ma fino ad ora non mi è mai apparso un collegamento diretto tra un account di propaganda politica e apparati appartenenti a Mosca (“il Putin che pigia sul tasto condividi“). In Italia non c’era bisogno che i fantomatici e famigerati “troll di Putin” operassero nel web italiano, il terreno era stato abbondantemente preparato per accogliere il seme della propaganda.

Una vignetta che rappresenta i fantomatici troll russi

Alle radici della manipolazione

La Rete non dimentica, diceva Gianroberto Casaleggio, ma non aggiungeva che poteva essere manipolata e lui lo sapeva bene. Nell’era digitale, dei social, la reputazione per un’azienda o un prodotto è fondamentale. Uno scandalo può portare a perdite economiche considerevoli, può far fallire l’intera attività, a meno che non si risponda con i mezzi adeguati tipici della comunicazione vecchio stile adeguate al mondo moderno in cui viviamo.

Una contro narrazione adeguata, persuasiva ed emotiva può ribaltare la situazione anche grazie all’utilizzo dei canali di comunicazione digitale fino ad ottenere come risultato un motore di ricerca che restituisce nelle prime pagine la redenzione, la buona fede o la presuntuosa innocenza invece che la condanna rimandata nelle pagine successive, quelle che normalmente non andiamo a leggere perché i primi risultati vengono ritenuti attendibili. L’utente alla ricerca di informazioni che riguardano uno scandalo aziendale si ritroverà inondato da articoli positivi pubblicati da testate, blog indipendenti, pagine social o video, portandolo a pensare che non è accaduto nulla di grave e che qualcun altro ha esagerato troppo, fino a sostenere che in realtà “non è successo niente“. Per fare ciò non basta un giorno, una settimana o un mese, a seconda dell’obiettivo possono passare anche anni.

Prima di comprare un prodotto online, o in un qualsiasi negozio, diventa naturale leggere le recensioni pubblicate da chi lo ha testato e valutato per te. A colpo d’occhio il primo risultato utile che può portarti ad una decisione è il numero delle recensioni positive, soprattutto a cinque stelle. La stessa percezione la si ha nei social network quando un contenuto riceve molti like e/o viene largamente condiviso. Ci stiamo affidando ai numeri, che possono a loro volta essere manipolati grazie anche a servizi online a pagamento per ricevere falsi “mi piace” o false recensioni da “scribani del sud est asiatico“.

Le recensioni possono diventare determinanti per l’acquisto di un prodotto

All’inizio c’era bisogno di un elemento scatenante, un catalizzatore iniziale che raccogliesse a se una fetta della popolazione. Beppe Grillo era perfetto, era un influencer “messo al bando dal sistema“, un comico libero di essere violento con le parole perché “tanto è un comico“. Il blog era esploso, le visite aumentavano, le sue parole diventavano oro colato per quel target di popolazione senza voce o delusa da un mondo che non sentivano più loro. La rabbia era predominante, insieme alla risata, ma la narrativa porta con se una furia dettata dal desiderio di cambiare l’Italia in positivo, facendo passare qualsiasi insulto e ingiuria come uno sfogo a fin di bene. È la normalizzazione della violenza che nel tempo si diffonderà anche in altri ambienti.

La normalizzazione della violenza è un passaggio fondamentale: indica l’obiettivo da colpire, a cui togliere visibilità, contro il quale scatenare le “shit storm” digitali. Per cambiare l’Italia bisognava prima cambiare gli italiani. Da semplici spettatori e consumatori bisognava passare agli attivisti e portatori di un’idea. I Meetup diventano luogo di aggregazione, ma anche una prima uscita dal Blog e dal mondo digitale. Grillo non era più solo, c’erano delle persone radicate sul territorio che portavano avanti i suoi e i loro ideali, tanto da riuscire ad avvicinare anche coloro che non seguivano i suoi post o i suoi spettacoli. La “recensione” del blog passava attraverso gli attivisti, i quali rispondevano alle domande dei curiosi che poi pian piano iniziavano a seguirli. Hanno creato la base, hanno creato i gregari.

Tra i sostenitori c’erano già influencer, blogger e siti capaci di comunicare e attirare gli utenti a leggere e condividere i propri contenuti. Tra amici ci si aiuta, i loro contenuti venivano condivisi o segnalati positivamente dallo stesso Blog dando a queste persone una sorta di bollino certificato di garanzia. Comparire in questo modo sotto l’ala paterna di Beppe Grillo era un biglietto da visita importante per diventare qualcuno o per confermare una posizione già acquisita. Hanno creato lo zoccolo duro di influencer di rilievo sui quali proseguire a cascata il progetto, anche se non per forza direttamente: se uno di loro viene bollato e approvato la percezione del sostenitore risultava evidente. Sul Blog venivano citati Piero Ricca, Claudio Messora (Byoblu) e altri personaggi della cosiddetta informazione alternativa, fino ad arrivare a siti come L’Antidplomatico di Alessandro Bianchi, personaggi che in un modo o nell’altro hanno collaborato o lavorato direttamente presso gli ambienti legati alla Casaleggio e il Movimento 5 Stelle.

La favola di TzeTze

Gianroberto Casaleggio dichiara la sfida alla Politica con un libro edito nel 2011, “Siamo in guerra“. L’arma era la Rete e forniva le istruzioni agli adepti per fare da sé quello che lui da tempo fa con i suoi siti, contro-informazione. Nel 2010 viene acquistato un dominio, TzeTze.it, sul quale venne costruito un aggregatore di notizie non mainstream e a sostegno dei blogger o dei siti di informazione indipendente (si dimostrò una bufala). L’attivismo di condivisione dei contenuti si sposta verso quello della creazione di contenuti, chi aveva già un sito conosciuto aveva un ulteriore megafono dove rilanciare i suoi articoli e chi non ce l’aveva lo apriva per far sentire ancora di più la propria voce. Ovviamente voci allineate al pensiero di chi gestiva la piattaforma. Anche se non era il Blog di Beppe Grillo, in qualche modo c’era la percezione di una sua approvazione e la sensazione di far parte di un progetto più grande per cambiare l’Italia.

Ognuno poteva fare informazione, ritenendola alternativa e indipendente, ma ciò comportava dei rischi anche perché “Beppe Grillo era Beppe Grillo, ma tu non eri Beppe Grillo“. Un blogger sostenuto sia dal comico che dalla Casaleggio, Daniele Martinelli, venne denunciato da alcuni poliziotti accusati di omicidio colposo. Nello stesso periodo una ventina di attivisti, in seguito all’operazione “Fiato sul collo“, vennero denunciati per dei commenti pubblicati su Youtube. Nel 2011 viene lanciato dal Blog un servizio in difesa degli attivisti in caso di denuncia “intimidatoria“: il cosiddetto “Scudo della Rete“, sostenuto grazie anche alle donazioni e all’aiuto di avvocati amici. Tranquilli, ci pensava in qualche modo “Papà Beppe” a difendervi se diffamate qualcuno.

La percezione della massa

Dalla secchiata d’acqua si è passati ad una pioggerellina per il quale non sentiamo il bisogno di aprire l’ombrello. Da un Blog seguitissimo, con i rispettivi amici, si passa a numerosi siti
internet, blog, pagine e account social gestiti da comuni cittadini con un profilo relativamente basso, ma che fa molto rumore di fondo. Viene persa quella percezione di un elemento singolo capace di far rumore come un martello che spacca una grossa pietra, sentiamo solo un piccolo corso d’acqua che passa al di sopra di essa creando nel tempo un piccolo solco che si allargherà e la spaccherà in due.

La percezione di una maggioranza di persone e canali che seguono un’idea desta curiosità. Mentre chi è convinto di essere nel giusto e non segue il Blog o la galassia creatasi intorno ad
esso eleverà un muro di gomma intorno a sé, i dubbiosi ed indecisi con una predisposizione ideologica anche minima percepiranno un consenso diffuso e risulterà naturale decidere di seguire
quella massa.

Una foto che potrebbe rappresentare la massa degli anonimi con il volto coperto

Le numerose spaccature sociali e l’uso condizionato dell’odio e della violenza verbale nel corso degli anni hanno aumentato questo rumore di fondo a cui ci siamo abituati pian piano senza rendercene conto. La percezione di una massa dal profilo basso, piuttosto del singolo di spessore, permette con particolare facilità di influenzare il pensiero di una persona.

Nascono diversi siti legati al Movimento 5 Stelle, con domini che riportano le parole chiave come “movimento“, “5 stelle“, “stelle” o semplicemente “m5s“. Alcuni di questi sono veramente gestiti da attivisti, altri sono gestiti da persone il cui intento è quello di guadagnare denaro diffondendo materiale di interesse per il target di riferimento e quello potenziale da acquistare. Nonostante l’uso non autorizzato del logo o del nome del Movimento questi possono essere percepiti come una comunissima attività svolta da sostenitori, ma nel caso di uno scivolone è facile scaricare il barile e prenderne le distanze a sostegno degli altri “veri“.

L’anonimato e la propagazione del virus

Laura Boldrini venne presa di mira dai militanti del Movimento 5 Stelle perché ritenuta colpevole di aver utilizzato la “ghigliottina” durante il dibattito sul decreto Imu-Bankitalia. La mattina del 31 gennaio 2014 il deputato Manlio Di Stefano pubblicò questo post Facebook:

Leggo tanta gente nervosa per l’intervista al TG1 della Boldrini, vi prego non sprecate tempo con queste cose. Una donna senza dignità che parla ad un TG senza giornalisti non merita considerazione. Sono zombie che tentano di tornare in vita. Andiamo OLTRE!

Sono andati oltre. Quella sera venne pubblicato un post sul Blog di Beppe Grillo dal titolo ambiguo “Cosa fareste in macchina con la Boldrini?” che riportava un video oggettivamente satirico, ma gli utenti tirarono fuori il peggio del web italiano sessista e diffamatorio.

Cosa succederebbe se ti trovassi la Boldrini in macchina?

Guardate un po’: http://goo.gl/veFQKA
Belìn, è fantastico!

Grillo prese le distanze dai commenti sessisti e violenti degli utenti, ma non bastava. La Presidente della Camera, coinvolta emotivamente, definì i commentatori “potenziali stupratori“, ma invece di ricevere qualche forma di sostegno politico, o almeno degno di un gentiluomo che si rispetti, uno dei responsabili della comunicazione del Movimento in Parlamento, il blogger Claudio Messora, le rispose con questo tweet (poi cancellato, ma troppo tardi):

Cara Laura, volevo tranquillizzarti.. Anche se noi del blog di Grillo fossimo tutti potenziali stupratori, … tu non corri nessun rischio!

I retroscena di questa storia vengono raccontati nel libro “Supernova” da Nicola Biondo, all’epoca capo della comunicazione del Movimento alla Camera dei Deputati:

“Roberto, questa cosa non deve più accadere. Fare satira è una cosa, aizzare i buzzurri della Rete è un’altra. Il MoVimento cerca competenze, non ’sta robaccia…”
Delle conseguenze non ti preoccupare. Ma noi dobbiamo imparare a canalizzare il sentiment della Rete e usarlo. Oggi abbiamo sbagliato ma il risultato che ne è venuto fuori ci dice che la Rete è dalla nostra parte. È la Rete che decide la reputazione delle persone. Per il futuro dobbiamo essere in grado di canalizzare questo sentiment senza apparire direttamente, governandolo.”
Mi vennero i brividi. Io che sognavo un nuovo inizio luminoso e pieno di gioia per il mio Paese avrei dovuto accettare la politica della calunnia, dell’anonimizzazione, dell’orda? Mi spaventai moltissimo, e così questo scambio di battute finì dritto nel mio diario.

Beppe Grillo era apparso anche abbastanza raccogliendo alcune sconfitte in tribunale (contro Franco Battaglia e Rita Levi Montalcini, che definì “vecchia puttana“), ma il seme della normalizzazione della violenza verbale (o della diffamazione) era ormai cosa fatta. Ora bisognava canalizzare il sentiment violento senza apparire direttamente, governandolo, danneggiando la reputazione delle persone per raggiungere un obiettivo ben preciso.

Non solo influencer esterni alla società di via Morone, che si sentono in pieno diritto di definire o rispondere in malo modo chiunque si oppone alla loro narrativa, ma nuovi volti emergenti e veri e propri “troll” (definizione: “un utente, solitamente anonimo, che attraverso messaggi provocatori, irritanti e martellanti dirotta e rovina le discussioni“). Questi ultimi, incuranti o meno del fatto che la Rete non sia un luogo immune dalle leggi italiane, vengono percepiti come “persone comuni” e muovendosi in branco possono coinvolgere emotivamente gli altri utenti, alcuni dei quali si ritroverebbero a far parte di un gioco subdolo di denigrazione di un personaggio a loro scomodo. Una volta lanciato il sasso il virus viene diffuso e inizia il contagio, la lapidazione pubblica è servita.

L’account Twitter “Beatrice Di Maio”

L’anonimato è un’arma a doppio taglio. Mentre da una parte permette ai “liberi gregari” di operare sotto la presunzione di una libertà di parola a favore della propria fazione, il gioco può essere ribaltato e ritrovarsi addosso un rinculo pericoloso. Emblematico il caso riguardante l’account Twitter “Beatrice Di Maio“, una “brunetta romana di 25 anni” per qualcuno e una “star del web pro M5S” per altri, denunciato alla Procura di Firenze dal sottosegretario a Palazzo Chigi Luca Lotti per un presunto tweet satirico nei suoi confronti (al momento non si hanno notizie di archiviazione). A palesarsi come “Beatrice Di Maio” fu Titti Brunetta, moglie del forzista Renato.

Al momento risulta inutile discutere se “Beatrice Di Maio” fosse veramente lei o meno, da questa storia bisogna considerare un problema evidente che riportai nel mio blog nel 2016:

Pensate un attimo alla storia raccontata da Titti Brunetta, una persona che ha mentito sulla sua identità (sosteneva essere “una ragazza di 25 anni“) e che è riuscita, in appena un anno, ad attirare verso di se oltre 15 mila follower tra i quali i grillini più sfegatati o verbalmente violenti. Dopo l’articolo di Iacoboni molti di loro hanno modificato il loro nome associandolo al suo per solidarietà e difendendola a spada tratta con hashtag del tipo #IoStoConBea (alcuni educatamente, altri a suon di insulti). “Beatrice” era una influencer sotto falso nome e identità, sappiamo benissimo quanto queste persone siano capaci di spostare a loro volta l’attenzione e le opinioni a favore o contro qualcuno, ma pensate in un futuro altre “Beatrice” gestite da persone con ben altri scopi e che potrebbero rivoltarsi contro lo stesso Movimento (creato dalla Rete, potrebbe sgretolarsi grazie alla Rete). Compreso il problema? Non sottovalutatelo, perché esistono già persone che lo stanno sfruttando. Fossi in loro li “scomunicherei” quanto prima (e in alcuni casi li denuncerei).

Ci si indigna per dei “fake bot” come quelli dei terremotati a inizio gennaio, per “siti anonimi” contro la Lombardi e/o per i “troll anonimi e vigliacchi“, ma solo se riguarda la controparte e se è conveniente.


Franco Barbato

Non potrò mai dimenticare un episodio del 2008, quando il deputato dell’Italia dei Valori Franco Barbato definì in Parlamento Silvio Berlusconi con il soprannome “Psiconano“. “Pubblicalo, pubblicalo!” mi dicevano, anche a Gianroberto era piaciuto. Era nato “un mito“, i suoi interventi erano tra i più seguiti dalla base e soprattutto dai giovani del partito, tanto che durante il loro primo incontro nazionale a Bellaria fu più applaudito e osannato di Antonio Di Pietro e degli altri big. In quei giorni a Casaleggio si erano resi conto che “qualcosa tirava“.

Quello a cui assistiamo oggi è il risultato di quasi 10 anni di contagio, ma è soltanto una parte dell’intero panorama italiano e riguarda solo alcuni dei protagonisti.

David Puente

Nato a Merida (Venezuela), vive in Italia dall'età di 7 anni. Laureato presso l'Università degli Studi di Udine, opera nel campo della comunicazione e della programmazione web.
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