Come certe persone condividono articoli vecchi e scorretti per sostenere le proprie tesi complottare

Il 5 ottobre 2017 un personaggio di Sanremo ha pubblicato un post Facebook con la solita pretesa di avere ragione su qualcosa:

Avete capito perché la Boldrini, Orlando, Attivissimo, Quattrociocchi, Puente… e gli altri allegri e valorosi moschettieri si sbracciano per contrastare quelle che loro definiscono “fake news”? Comprendete ora perché mirano a “sospendere i profili sgraditi” (parole del Ministro della Giustizia Orlando – Giustizia 😀 LOL!) ed a rimuovere i contenuti che vengono bollati come “Bullismo”? Ecco, ora si scopre che quando ci definivano sciacalli, allorquando gridavamo al “filmato falso”, vedevamo giusto e le autorità miravano (e mirano tutt’ora) a farci tacere, per evitare che qualcuno, non sia mai, potesse sospettare l’inganno mediatico ordito con la collaborazione prona dei media di regime. Verrà fuori, prima o poi, che non solo le teste mozzate dell’ISIS erano dei falsi clamorosi realizzati dal Pentagono, ma anche i vari “attentatucci” in tutta Europa (Parigi, Bruxelles, Nizza, Berlino…). Tra qualche anno si conoscerà la verità, ma sarà troppo tardi, temo. Intanto ci avranno già ingabbiati tutti.

Risulta quasi commovente come si riescano a fare certe pessime figure, come quella dei ventilatori. Questa volta condivide un articolo dal titolo “Quei filmati di Al Qaeda? Li faceva il Pentagono” pubblicato il 5 ottobre 2016 (un anno fa) su Corriere del Ticino e firmato Marcello Foa che riporta quanto segue:

I video di Al Qaeda? Così falsi da sembrare veri e commissionati non da Bin Laden, ma dal Pentagono, per il tramite dell’agenzia di PR britannica Bell Pottinger che per almeno cinque anni ha lavorato in Iraq su mandato del Dipartimento della difesa americano ottenendo un compenso di oltre 100 milioni di dollari all’anno. Totale: 540 milioni di dollari, una cifra esorbitante.
Sì, sì, avete letto bene: certi filmati di Al Qaeda erano “made in USA”. A rivelarlo è il Bureau of Investigative Journalism in un’ottima inchiesta appena pubblicata sul web, incentrata sulla testimonianza di un video editor, Martin Wells, che quei filmati li ha fatti in prima persona, e riscontri nei documenti ufficiali.

[…]

Ma altre erano decisamente meno trasparenti. “La seconda tipologia era ‘grigia’: finti servizi giornalistici che poi venivano mandati alle Tv arabe”. E poi c’era quella “nera” in cui la paternità dei video era “falsamente attribuita”. Insomma false flag, che Wells spiega così: “Producevamo finti filmati di propaganda di Al Qaeda, secondo regole e tecniche precise; dovevano durare dieci minuti ed essere registrati su dei CD, che poi i marines lasciavano sul posto durante i loro raid, ad esempio durante un’incursione nelle case di persone sospettate di terrorismo. L’obiettivo era di disseminare questi video in più località, possibilmente lontani dal teatro di guerra” perché scoprire filmati di quel genere in località insospettabili avrebbe aumentato il clamore e l’interesse mediatico. Dunque non solo a Baghdad, ma anche “in Iran, in Siria (prima della guerra) e persino negli Stati Uniti”.

Capito? Certi angoscianti scoop che rimbalzavano sul web o in Tv in realtà erano fabbricati a tavolino da una società di PR britannica all’interno di una base statunitense in Iraq. E vien da sorridere pensando che poi erano la CIA o la Casa Bianca a certificarne l’autenticità.

Marcello Foa fa riferimento all’articolo “Fake News and False Flags” (linkandolo sul suo blog presente su Il Giornale) dove però non viene sostenuta alcuna tesi di video “made in USA” come si vorrebbe far intendere (nessuna messinscena), bensì video realizzati riprendendo quelli veri di Al Qaeda o scene di attentati ad opera degli stessi terroristi:

Bell Pottinger would send teams out to film low-definition video of al Qaeda bombings and then edit it like a piece of news footage

He was given precise instructions: “We need to make this style of video and we’ve got to use al Qaeda’s footage,” he was told.

Certi elaborati avevano uno scopo molto importante nella lotta contro il terrorismo. Infatti, i video venivano masterizzati all’interno di CD che servivano da esca per gli stessi terroristi o loro alleati grazie a quello che potrebbe essere considerato in un certo senso un “cavallo di Troia“: una volta eseguiti, se connessi a Internet, potevano essere rintracciati gli indirizzi IP di chi li visualizzava.

The CDs were set up to use Real Player, a popular media streaming application which connects to the internet to run. Wells explained how the team embedded a code into the CDs which linked to a Google Analytics account, giving a list of IP addresses where the CDs had been played

Insomma, un’operazione di indagine (che a parer mio raccontarla significa spiegare ai terroristi le possibili tecniche per rintracciarli) basata su video veri e riguardanti Al Qaeda. Pensate che lo stesso Marcello Foa ha dovuto scrivere un secondo articolo datato 7 ottobre 2017 dove riportava i chiarimenti rispetto all’articolo precedente (definito da qualcuno come “Scoop tarocco“):

Le attività erano diverse ma le più sensibili erano due, cosiddette di propaganda grigia e nera: la produzione di finti servizi televisivi ,poi diffusi alle emittenti della regione, e di filmati di propaganda, che venivano falsamente attribuiti ad Al Qaeda. Alcune immagini erano girate in proprio (“Mandavamo squadre di operatori a effettuare filmati in bassa definizione degli attentati di Al Qaeda”, ricorda Wells) in altri casi venivano usati filmati esistenti. La propaganda nera si tramutava in un video in apparenza “di Al Qaeda” di 10 minuti, inciso su dei CD che poi venivano lasciati furtivamente dai marines durante i raid nelle case e nei villaggi, e dotati di un codice che consentiva di tracciare chi li guardava al computer e di trasmettere l’indirizzo IP tramite Google Analytics. Un’operazione di intelligence, che è stata ripetuta numerose volte.

Di tutta questa storia se ne era occupato anche Paolo Attivissimo, ma c’è un’altra nota curiosa in merito al primo articolo di Foa che vorrei aggiungere. Al suo interno viene pubblicata una foto relativa ad un mezzo riportante la scritta “Mark-1 Plumbing“:

Sappiamo che i report sull’andamento della lotta ai telabani in Afghanistan sono stati falsificati per anni ingigantendo i successi dell’esercito americano, sappiamo delle manipolazioni mediatiche di alcuni drammatici episodi del conflitto in Siria e sappiamo anche che alcuni filmati dell’ISIS sono stati postprodotti e manipolati, in certi casi anche con risvolti comici, come quello in cui i terroristi scorrazzano per il deserto iracheno su un pick-up con le insegne di un idraulico del Texas.

Riguarda un mezzo venduto negli Stati Uniti e che aveva causato non pochi problemi al vecchio proprietario (non colpevole e vittima di minacce). La foto venne diffusa in particolar modo nel 2014 da Caleb Weiss pubblicò la foto scattata ad Aleppo (in Siria, parecchio lontano dal deserto iracheno):

Chechen Jaish al Muhajireen wal Ansar using plumbing truck against regime in #Aleppo

Tale mezzo non è da considerare come “prova” di elaborazioni video per la creazione di presunte false flag. Riguarda una triste storia legata alla vendita di auto usate e spedite dagli acquirenti ai combattenti in Siria (Snopes, in questo caso, spiega molto bene la storia).

 

David Puente

Nato a Merida (Venezuela), vive in Italia dall'età di 7 anni. Laureato presso l'Università degli Studi di Udine, opera nel campo della comunicazione e della programmazione web.
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