Il giornalismo e l’abbandono

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Questo articolo non riguarda il fact checking. La categoria in cui viene pubblicato si intitola “Editoriale del Venerdì“, in cui qualche volta pubblicherò un pezzo dove riporterò qualche mia analisi e opinione sui fatti avvenuti durante la settimana.


Sono venuto a conoscenza di un articolo pubblicato il 7 febbraio 2018 dal Corriere della Sera il cui contenuto farebbe provare un evidente senso di nausea a qualunque persona perbene. La storia riportata è quella di un uomo di 45 anni che aveva dato un passaggio alla 18enne Pamela Mastropietro poco prima della sua morte, una testimonianza che potrebbe risultare importante per le indagini. Tuttavia il pezzo, intitolato “Pamela, l’uomo che l’ha portata in casa: «Penso a lei, è tutto atroce» L’accusato: «Lei in overdose, sono fuggito»“, è scomparso dal sito del Corriere.

La pagina di errore che riporta il link dell’articolo

Per fortuna non tutto è perduto, ci viene in aiuto Archive:

Il salvataggio dell’articolo rimosso su Archive

Poco importa, perché l’articolo era stato pubblicato anche nella versione cartacea, potremmo anche recuperarlo acquistando dal sito del Corriere l’edizione del 7 febbraio:

Il pezzo presente nell’edizione cartacea

Ho già parlato in un precedente articolo in merito al nigeriano Innocent Oseghale, fermato per occultamento e vilipendio di cadavere e non per omicidio. Qualcuno direbbe “colpevole fino a prova contraria“, ma questo vale per la questione legata all’omicidio fino a quando non si accerterà con chiarezza il modo in cui Pamela è morta (si sospetta overdose). Di recente si è parlato di una possibile scarcerazione e ritorno in libertà in attesa del processo, ma indignarci soltanto in questo caso è inutile perché le leggi parlano chiaro e valgono per tutti, indifferentemente dai desideri della “giuria popolare“. Se non concordiamo con una legge si potrebbe richiederne la modifica in modo che chiunque accusato per tali delitti non venga scarcerato fino ad eventuale assoluzione in tribunale, ma dovrebbe poi valere per tutti senza alcuna distinzione.

Tanti “ma“, certamente. Un fatto è certo, lo stesso Innocent Oseghale ha ammesso di aver visto Pamela durante una crisi da overdose e di essere scappato. Se ciò verrà confermato, tra le sue colpe non ci saranno solo quelle di rilevanza penale per il quale è stato fermato, ma anche quella di aver abbandonato una povera ragazza che poteva e doveva essere aiutata (e magari salvarla).

L’articolo del Corriere parla di un uomo che ha raccontato la sua storia con Pamela, che il 29 gennaio aveva lasciato la comunità “Pars” di Corridonia (dopo tre mesi e mezzo di astinenza forzata dalle droghe):

Ma per farsi d’eroina ci vogliono i soldi e Pamela non ne ha. Ha con sé soltanto la sua bellezza e decide di venderla a lui. Allora l’uomo punta verso la casa della sorella, che ha un garage sul retro, seminascosto. Lei quel giorno non c’è, nessuno potrà vederli. C’è un materasso in garage, fanno sesso su una coperta, i Ris hanno sequestrato anche quella, insieme alle cicche fumate da lei, unica concessione — le sigarette — prevista da quelli della «Pars». Cinquanta euro per un rapporto. Il procuratore capo di Macerata, Giovanni Giorgio, pietosamente aveva voluto raccontare un’altra storia. Aveva detto che Pamela, quel giorno, il 29, si era fermata a dormire dal suo accompagnatore, che poi al risveglio, il martedì mattina, le aveva dato dei soldi per aiutarla a tornare a casa, a Roma, da sua madre. Non è andata così. Quel lunedì, dopo il garage, l’uomo ha accompagnato Pamela alla stazione di Piediripa e l’ha lasciata lì, al suo destino.

Pamela era appunto senza soldi, senza cellulare e senza documenti, custoditi negli uffici della comunità dove doveva allontanarsi definitivamente dal mondo della droga, ma un essere umano degno di tale titolo non tratta una ragazzina in difficoltà e che conosceva bene (secondo il Corriere andava a trovare spesso la sorella) come una prostituta. Anche il 45enne, così come il nigeriano se confermata la sua versione, ha abbandonato Pamela al suo destino dopo averne tratto piacere sessuale a pagamento per poi abbandonarla in stazione anziché portarla dai familiari affinché l’aiutassero a proseguire per la retta via.

Pamela non è stata abbandonata dalla sua famiglia, piuttosto da elementi incapaci di dimostrare civiltà e senso civico, anche soltanto del “semplice” e per qualcuno “banale” buon senso che risulta carente nella nostra società. L’articolo del Corriere non ha certamente contribuito a tracciare a Pamela la via verso quel cancello aperto che l’ha portata alla morte, lo hanno fatto altri, ma ha tracciato la via verso una sorta di comprensione benevola nei confronti di un 45enne facendolo percepire come “un povero uomo” con i “sandali da francescano” distrutto da un peso enorme che porta sulla propria coscienza:

C’è un uomo che sta guardando in cucina «Mattino Cinque», il programma di Federica Panicucci. Sono le 9 e mezza, lui fa colazione, mentre in studio, proprio in quel momento, si sta parlando del dramma di Pamela Mastropietro. Lui la conosce bene, quella ragazza. E adesso chissà che peso grande ha sul cuore, questo 45enne con la tuta rossa da meccanico e i sandali da francescano. Malgrado il freddo intenso non porta i calzini. Il giorno si scalda lavorando nel campo attiguo alla casa, dove la mimosa è già in fiore. Lo assilla il pensiero che se solo avesse potuto immaginare la fine orribile che attendeva Pamela, di certo lui le avrebbe cambiato il destino. «È atroce, atroce», riesce solo a dire. «Credete forse che non ci pensi? Non bestemmiate, per favore…».

Fossi stato nel giornalista dell’articolo mi sarei soffermato soltanto al fatto relativo a un uomo che ha sfruttato la situazione di una 18enne in difficoltà per soddisfare i propri piaceri carnali pagando 50 denari, finendo per abbandonarla per strada come una prostituta qualunque anziché aiutarla veramente portandola fin dal primo momento nelle mani della sua famiglia. Sarebbe curioso scoprire perché il suo articolo è stato rimosso dal sito del Corriere, non sarebbe male ottenere una spiegazione per mano del suo direttore almeno per sapere se si è trattato di un atto di vergogna e da parte di chi. Provo sicuramente un enorme dispiacere per la famiglia di Pamela, abbandonata da una persona che potrebbero aver percepito come amico e calpestata da un giornalismo che dovrebbe attenersi ai fatti.

Un’altra storia mi preoccupa: “ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria“. Mentre da una parte la bolla degli “indignados” contro l’immigrato condividono articoli e opinioni degne del peggior razzismo (ricorrendo a giustificazioni del tipo “non sono razzista, ma“), da un’altra noto una bolla di utenti che condividono articoli e opinioni in merito al caso di questo 45enne o del caso di Alessandro Garlaschi, il tranviere italiano di 39 anni che in questi giorni è stato fermato con l’accusa di aver ucciso a coltellate e di aver tentato di bruciare il corpo della giovane madre 19enne Jessica Valentina Faorio. Non risulta evidente la stessa indignazione da entrambe le bolle per entrambi i casi delle due giovani ragazze, a “salvarsi in corner” son veramente pochi e in certe occasioni solo per discolparsi da eventuali accuse di appartenenza per ritenersi imparziali.

La storia di Pamela risulta evidentemente “da prima pagina” (c’è di mezzo la politica e il tema dell’immigrazione dove si tende a fare di tutta l’erba un fascio sotto lo scudo del “non sono razzista, ma“), mentre quella di Jessica viene abbandonata da una fazione e sfruttata dall’altra con la presunzione di contrastare la posizione avversa. Finiremo per veder condiviso in continuazione qualunque episodio di omicidio solo per evidenziarne la nazionalità per sostenere la propria ideologia? Le persone di queste due bolle hanno grosse difficoltà a comprendere il fatto che in verità a loro non interessano le vittime, ma i carnefici e i delinquenti per dimostrare qualcosa. La nostra società è inquinata da questi atteggiamenti e un giorno bisognerà in qualche modo arginare la fogna a cielo aperto che si è creata, anche se ci vorrà molto tempo e fatica.

Già immagino le dita tremolanti dei disagiati leoni da tastiera con la bava alla bocca che accuseranno questo articolo come un tentativo di deviare le colpe del nigeriano verso un italiano, incapaci di comprendere un testo scritto, portati avanti dal desiderio di sfogare i loro istinti primordiali al fine di sostenere il proprio credo e ideale. Per fortuna non sono come loro, per fortuna non sono come il giornalista del Corriere, così come per fortuna non sono il tipo da sfruttare e/o abbandonare una ragazzina in difficoltà. Siate civili, abbiate senso civico, siate esseri umani degni di tale titolo.

David Puente

Nato a Merida (Venezuela), vive in Italia dall'età di 7 anni. Laureato presso l'Università degli Studi di Udine, opera nel campo della comunicazione e della programmazione web.
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